27 gennaio 2010

MALEDETTO BERNACCA



Ero certo che mi stessero osservando dall’alto. Non esco mai di casa senza aver prima controllato che il meteo favorevole sia il mio compagno di viaggio. Il meteo. Maledetto Bernacca, incubo nei miei incubi che mio padre non capiva e che io rifiutavo di spiegare.
Sole a catinelle. Va benissimo. Premurosamente porto l’ombrello. Inglesina con l’affare sotto braccio. Chi vuole le bombe che l’I.R.A. può scatenare sotto casa? Chi vuole marciare pavido e preciso a tre secondi dall’apertura della sessione pomeridiana di borsa?
Ero certo che mi stessero osservando dall’alto. Chi altro avrebbe potuto tessere la tela se non Pjolo, dimenticata divinità di riserva che ha fatto della pioggia la sua arma e della mia vita il suo obiettivo. Sole a catinelle. Va benissimo. Mastico un chewing-gum. Una botta sulla spalla destra dal tizio invernale che non mi chiede neanche scusa. Non lo avrei scusato. E cosa farmene delle scuse in un epoca in cui le nozioni di egoismo mi han reclutato con un volantino gustosamente esplicativo? Scusa? Mi distraggono le scuse, va bene? Che ne dici di considerare le nuvole sopra la nostra testa? Come?
Inizia a piovere. L’ombrello è rotto. Si è rotto. Infilzo il tizio invernale ed alzo la copertura. Devo difendermi. Pjolo ha capito tutto. Io rispondo. Io ed il chewing-gum. Sputo in aria. Sputo a Pjolo. Sputo dalle minuscole insenature che il mio schermo protettivo mi concede. Sputo e vinco. Mi abbatto. Il chewing-gum. Le pioggie tempestose penetrano i lati. Sono finito. Piove sangue. L’invernale Pjolo si materializza sopra di me e non ha più alcun bisogno della pioggia. Mi sorride morto mentre piove sangue. Vaffanculo il meteo. Il caso. Le mostre d’arte nel tardo pomeriggio. Che dovevo farmene poi di una visita alla permanente di surrealismo?

Francesco Villari

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